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martedì 21 dicembre 2010

un po' di fiabe natalizie

Ecco vi ho portato dei dolcetti al burro insaporiti con spezie...servitevi finchè continuate ad ascoltare le storie che si raccontano nella nostra locanda ...


La leggenda delle Campane di Natale
I pastori si affollarono a Betlemme mentre viaggiavano per incontrare il neonato re. Un piccolo bimbo cieco sedeva sul lato della strada maestra e, sentendo l'annuncio degli angeli, pregò i passanti di condurlo da Gesù Bambino. Nessuno aveva tempo per lui.
Quando la folla fu passata e le strade tornarono silenziose, il bimbo udì in lontananza il lieve rintocco di una campana da bestiame. Pensò "Forse quella mucca si trova proprio nella stalla dove è nato Gesù bambino!" e seguì la campana fino alla stalla ove la mucca portò il bimbo cieco fino alla mangiatoita dove giaceva il neonato Gesù.


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Il Presepe.
Il primo vero presepe della storia fu creato nella chiesa di Santa Maria Maggiore, a Roma. Questa usanza divenne così popolare che presto tante altre chiese vi aderirono. Ognuna creava un presepio particolare ed unico. Le scene della natività erano spesso ornate con oro, argento, gioielli e pietre preziose.

Anche se molto popolare tra le classi più ricche, questa opulenza era quanto di più distante dal significato della nascita di Gesù.

Dobbiamo il "nostro" presepe attuale a San Francesco d'Assisi, che nel 1224 decise di creare la prima Natività come era veramente descritta nella Bibbia. Il presepe che San Francesco creò nel paese di Greccio, era fatto di figure intagliate, paglia e animali veri.
Il messaggio era diretto, e poteva essere capito e recepito da tutti, ricchi e poveri.
La popolarità del presepe di San Francesco crebbe fino ad espandersi in tutto il mondo.
In Francia si chiama Crèche, in Germania Krippe, in Spagna e America Latina si chiama Nacimiento, nella Repubblica Ceca si dice Jeslicky, in Brasile si dice Pesebre, e in Costa Rica si dice Portal.


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La leggende della Befana e di Babushka
La leggenda narra di una vecchia signora (la Befana in Italia e Babushka in Russia) che si rifiutò di uscire nella notte fredda con i pastori per andare a far visita al bambino Gesù.
Al mattino, preparò un cesto di doni per il Bambinello e andò a far visita nella stalla, ma la trovò vuota.

Da quel giorno ha viaggiato per il mondo, guardando ogni bimbo in faccia per trovare Gesù Bambino.
A Natale lascia doni per ciascun bimbo buono sempre sperando che uno di loro sia Gesù.

giovedì 18 novembre 2010

Ciao Sante!

Volevo dedicare questa pagina ad un amico che ci ha lasciato qualche settimana fa  dopo una lunga malattia.
Sante era una colonna portante per la ricerca storica nella mia associazione,un uomo innamorato della storia medievale, materia a cui ha dedicato tutta la sua vita... mi piace pensare che ora, nell'al di là, possa finalmente conoscere gli uomini alla cui vita si è tanto appassionato e che hanno contribuito a fare la Storia.

     BUON VIAGGIO SANTE


lunedì 18 ottobre 2010

Il castagnaccio, almeno nel linguaggio moderno, è una torta di farina di castagne, più o meno insaporita a seconda degli usi locali. Si può mangiare caldo o freddo, da solo oppure con ricotta o formaggi dolci.
Si noti che esso, nato per una cucina povera in tempi in cui pochi potevano contare le portate, non è un dolce, ma un piatto unico.
La ricetta base e più semplice ed antica per ottenere una teglia di castagnaccio di 30x30 cm (36 cm di diametro per una teglia tonda) è la seguente: prendere 1 kg di farina e aggiungere a poco a poco acqua (circa un litro e mezzo) fino ad ottenere una pastella non troppo densa che ancora riesca a colare e ad autolivellarsi. Aggiungere un mezzo cucchiaino di sale, mescolare bene e versare nella teglia preventivamente unta con un po' d'olio e rivestita di pangrattato. Ai nostri tempi si può usare una teglia antiaderente o una teglia rivestita di carta da forno. Lo spessore della pastella non dovrà superare i 2 cm. Spargere sulla pastella circa due etti di noci a pezzetti e di pignoli (che in gran parte affonderanno), una cucchiaiata di aghi di rosmarino, un filo di olio e poi mettere al forno a circa 200 gradi per 30-60 minuti; il tempo di cottura varia con la densità della pastella e con il suo spessore.
Sarà pronto quando avrà assunto un bel colore marron scuro e l'impasto, provato con uno stuzzicadenti, risulterà asciutto. La superficie sarà tutta screpolata.
Nel Casentino viene usata la stessa ricetta, ma con uno spessore non superiore al messo centimetro. Viene chiamato baldino.
Questa ricetta base è andata col tempo arricchendosi (e alterandosi) con le seguenti aggiunte:
- due cucchiai di olio di oliva nella pastella
- 200 grammi di uva passa ammollata in acqua tiepida o nel Vin Santo o nel moscato;
- metà delle noci e dei pignoli tritati grossolanamente e mescolati alla pastella;
- solo pinoli e niente noci;
- scorza di mezzo arancio o di mezzo limone grattugiata;
- un cucchiaio di semi di finocchio al posto del rosmarino;
- strutto invece di olio;
- 200 grammi di zucchero e latte invece di acqua, se si vuol avere un dolce vero e proprio.
Come si vede vi è ampio spazio per sperimentare e per trovare ciò che più si confà al proprio gusto, ma il buongustaio farà bene ad attenersi alla ricetta tradizionale.

La pattona ( localmente anche patona )
È il termine usato in Lunigiana per indicare il castagnaccio di sola farina di castagne, senza alcuna aggiunta, salvo poco sale (in altre zone il termine indica la polenta di farina di castagne). In alcune zone della Toscana era anticamente chiamato castagnaccio e non vi è dubbio che esso fosse il piatto base della alimentazione in tempi più antichi. Differisce dal castagnaccio, a causa del sistema di cottura, perché è molto più sottile (al massimo un centimetro) e non presenta alcuna screpolatura.
La pattona viene cotta direttamente nella base del forno a campana (il "testo") e la difficoltà principale sta nell'infilarcela!



Dopo aver fatta la solita pastella, già vista per il castagnaccio, si stendono su di un tagliere rotondo, del diametro del testo, delle foglie di castagno fresche oppure, in inverno, foglie essiccate e fatte rinvenire in acqua. Le foglie vanno disposte in modo acconcio, in moda da ricoprire tutto il tagliere, senza fessure e in modo da facilitare lo scivolamento verso il testo. Fatto ciò si versa la pastella sulle foglie, senza superare lo spessore di un centimetro al centro, si prende il testo arroventato nel fuoco e vi si fa scivolare dentro il tutto; se si sbaglia ci si ritrova con un bell'impasto di foglie e farina di castagne! Si compre il testo con la campana di ghisa pure arroventata e si lascia cuocere. Alla fine la pattona avrà un bel colore marron uniforme, senza screpolature, con consistenza elastica. Le foglie bruciate e rimaste ancora attaccate ad essa, si grattano via.
I contadini un tempo la mangiavano calda o fredda, senza companatico. Ora è considerata una prelibatezza accompagnata da fette di coppa o di formaggio fresco, o pecorino, o gorgonzola, che si pongono sopra la pattona bollente in modo che si fondano.
Se si rinunzia alla deliziosa fragranza impartita dalle foglie bruciate, si riesce a fare una pattona decente anche nel forno di casa. Rivestire il fondo della piastra del forno di carta da forno e versare su di essa la pastella. Cuocere poi a 200 gradi per 20-30 minuti.
Vi era un altro sistema di cottura che dava lo stesso risultato e che veniva fatto con appositi "testiccioli" di terra cotta porosa, grandi come un piatto e con un orlo di circa 2 cm, tutti eguali in modo da poter essere impilati l'uno sull'altro. Anch'essi vengono arroventati nel fuoco e poi si fa scivolare in ognuno di essi una piccola pattona con le sue foglie sotto; via via che una pattona è fatta scivolare dentro, si pone un nuovo testicciolo sopra fino a farne una pila di cinque o sei; l'ultimo viene lasciato ovviamente vuoto. Quando la pila è tiepida, la pattona è cotta!
Questa piccola pattona viene chiamata caccin nella zona di Sestri Levante.
Analoghi alla pattona sono i necci della Garfagnana (dove la farina viene chiamata"farina di necci") che differiscono solo per lo strumento di cottura: si usano due attrezzi (detti anch'essi "testi" o "cotte" a chiara derivazione dalla pattona ) di ferro rotondi con un lungo manico che si riscaldano sulla fiamma viva e si ungono con cotenna di maiale; poi si mette su uno di essi la pastella, si copre con l'altro e si ripongono nel fuoco, girandoli a metà cottura, finché il neccio è cotto. Chiaro che l'uso del grasso di maiale (non usato in passato e non usato là dove si impiegano ancora i testi di terracotta) introduce un sapore che allontana di molto i necci dalla pattona.
Nulla vieta di inserire anche una foglia di castagno che dia profumo.
Nel modenese lo stesso prodotto viene chiamato " ciaccio " e i ferri di cottura son chiamati "cottole".

domenica 17 ottobre 2010

La festa di Halloween non è una tradizione esclusivamente americana,
come molti credono.

Un tempo un po’ ovunque, dal nord al sud Italia,
il 31 ottobre si ricordavano i morti e tutti i Santi.
Lo stesso termine Halloween deriva da “All hallow even”
ossia “la sera di tutte le anime”.

Nelle campagne del nord, nonni e nipotini preparavano le zucche,
svuotandole e dando loro quelle classiche sembianti umane un po’ buffe,
qualcuno si cimentava nel fare anche le orecchie utilizzando piume di gallina,
stoffe, pezzi di formaggio o chicchi di granturco;
all’interno veniva custodita una letterina per i morti, preparata dai più piccoli.

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I più grandicelli si divertivano a spaventare la gente indossando vecchie lenzuola logore,
che sicuramente non era difficile recuperare, ponendo la zucca con candela accesa sopra un bastone.
Effettivamente nel buio delle brevi giornate di fine ottobre, un certo effetto lo sortivano.



Le zucche venivano poste anche lungo i sentieri, dal cimitero fino a casa,
perché le anime potessero andare a trovare i loro cari.

Nel Veneto venivano chiamate “lumere” e , la sera del 31 ottobre,
assumevano un ruolo decisamente decorativo: venivano poste sui davanzali,
sui muretti, sui piloni dei cancelli, sempre con la candela accesa al loro interno,
con lo scopo di ammorbidire quel po’ di polpa rimasta come cibo per i morti.

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Poi, come troppo spesso accade, la tradizione si perde, ritorna sotto altra veste,
quella Americana, ma è giusto che i piccoli sappiano che la festa delle “lumere” ci appartiene!

venerdì 1 ottobre 2010

Buon 1 di Ottobre

Vi auguro un buon mese di Ottobre regalandovi una romantica poesia di C.M.Berker,tratta dal libro "Le fate dei fiori"



La Regina delle bacche

Una folla di folletti
carichi di bacche
se ne stanno stretti stretti 
intorno ad una ragazzina.
Ha il vestito d'oro rosso 
ed è abbronzata
ha una coroncina addosso 
tutta di briona ornata.
Primavera è gia passata
e così l'Estate
di quest'altra il nuovo nome
allora indovinate!


                             
                      Benvenuti nel mese più romantico dell'anno!

giovedì 30 settembre 2010

Parlando del mese di ottobre

Buon giorno cari lettori!
Poichè mi trovo a casa bloccata da un fastidioso problema di salute ho deciso di fare una ricerchina sulle tradizioni italiane legate alla notte più tetra dell'anno quella tutti chiamiamo Halloween...ma sarà tutto vero quando ci dicono che si tratta di una festa importata dall'America che con la nostra storia e cultura non ha nulla a che vedere?


Ebbene le mie ricerche hanno dato alcuni frutti leggete questo articolo e ditemi cosa ne pensate.
Una cosa,comunque,la possiamo affermare con certezza: la nostra tradizione ha molto poco a che vedere con streghe e gatti neri.

Dall’ VIII sec. il primo di novembre si celebra la ricorrenza di tutti i Santi, festa grande per la cristianità. Il giorno seguente è votato alla commemorazione dei defunti, il cui culto è antichissimo. Per i Romani(e qui andiamo molto inditro nel tempo) il “tempo dei trapassati” durava un’intera settimana di febbraio, ultimo mese dell’anno, quello purificatore. La festa dei morti era venerata perché: “da i morti nasce la vita, come dai semi nasce il frutto”. La gente presumeva che nei semi delle fave nere si ritrovassero le lacrime dei trapassati. Diversi i riti dell’epoca: uno, fatto per implorare la pace ai morti, consisteva nel cospargere di questi legumi le tombe; l’altro, eseguito per scaramanzia, era realizzato gettandosi le fave dietro alle spalle e recitando le parole: “con queste, redimo me e i miei”. Nonostante ciò, le fave costituivano anche l’alimento più emblematico della ricorrenza. Nei festini mortuari, per scopi propiziatori, venivano offerte ai poveri che le mangiavano crude (perché cotte erano di pertinenza dei benestanti). In epoca cristiana, nelle ricorrenze dei Santi e dei Morti, le fave diventarono cibo di precetto nel 928 quando Oddone abate di Cluny ordinò che ogni anno il 2 novembre si commemorassero i defunti con speciali orazioni, ed affinché i monaci riuscissero a vegliare l’intera notte in preghiera, l’abate concesse una razione speciale notturna di fave.
“Di tutti i legumi la fava è regina, cotta la sera, scaldata la mattina” così recitava un antico detto popolare. Purtroppo per le tradizioni italiane, in seguito alla scoperta dell’America, con l’arrivo del mais, il consumo quotidiano delle fave è andato progressivamente a diminuire. Nelle tradizioni popolari sono spesso i poveri a portare nutrimento e messaggi ai defunti, perché considerati immuni dal contagio della morte. Una usanza segnalata soprattutto in Calabria: le famiglie di Cosenza mandano ai loro morti il cibo preferito attraverso i disperati. Lo preparano al mattino presto per offrirlo al primo povero che passa davanti alla loro casa. Questi lo consegnerà al defunto che, nel frattempo, si è messo in cammino per raggiungerlo. Ad Umbriatico, in provincia di Catanzaro, per la commemorazione dei defunti si preparano per i poveri speciali focacce di pane lievitato e cotto al forno, le "pitte collure", mentre a Paola, il due novembre, si distribuiscono ai poveri fichi secchi. Gli stessi nutriranno anche i morti, usciti dal cimitero nel giorno della loro celebrazione per cibarsene.
In occasione della festa dei morti in Veneto si distribuiscono le fave, mentre in Piemonte si offrono ai poveri o gli avanzi della cena o una scodella di legumi fatti cuocere in memoria dei trapassati. In Abruzzo, dove la notte tra l'uno e il due novembre non si può andare a pesca perché le reti pescherebbero, al posto dei pesci, solo teschi di morti, viene di solito offerto il due novembre ai poveri del paese un piatto a base di ceci. Nello stesso momento, i defunti si aggirano per le strade in cui sono vissuti, allontanando le malvagità: una credenza che si ritrova soprattutto nelle campagne intorno a Chieti.
Un’altra tradizione gastronomica del giorno dei defunti, era quella di cuocere per la prima volta il castagnaccio, che rappresentava la merenda invernale più cara ai bambini.
In alcune zone della Lombardia, la notte tra l'1 e il 2 novembre si suole ancora mettere in cucina un vaso di acqua fresca perché i morti possano dissetarsi.
In Friuli si lascia un lume acceso, un secchio d’acqua e un po’ di pane.
Nel Veneto, per scongiurare la tristezza, nel giorno dei morti gli amanti offrono alle promesse spose un sacchetto con dentro fave in marzapane colorato e aromatizzato ai gusti di alkermes,maraschino,cioccolato,vaniglia, le cosiddette "Favette dei Morti".
In Trentino le campane suonano per molte ore a chiamare le anime che si dice si radunino intorno alle case a spiare alle finestre. Per questo, anche qui, la tavola si lascia apparecchiata e il focolare resta acceso durante la notte.
Anche in Piemonte e in Val D’Aosta le famiglie lasciano la tavola imbandita e si recano a far visita al cimitero. I valdostani credono che dimenticare questa abitudine significhi provocare tra le anime un fragoroso tzarivàri (baccano).
Nelle campagne cremonesi ci si alza presto la mattina e si rassettano subito i letti affinché le anime dei cari possano trovarvi riposo. Si va poi per le case a raccogliere pane e farina con cui si confezionano i tipici dolci detti "ossa dei morti".
In Liguria la tradizione vuole che il giorno dei morti si preparino i "bacilli" (fave secche) e i "balletti" (castagne bollite). Tanti anni fa, alla vigilia del giorno dedicato ai morti i bambini si recavano di casa in casa per ricevere il "ben dei morti" (fave, castagne e fichi secchi), poi dicevano le preghiere e i nonni raccontavano storie e leggende paurose.
In Umbria si producono tipici dolcetti devozionali a forma di fave, detti "Stinchetti dei Morti", che si consumano da antichissimo tempo nella ricorrenza dei defunti quasi a voler mitigare il sentimento di tristezza e sostituire le carezze dei cari che non ci sono più. Sempre in Umbria si svolge ancora oggi la Fiera dei Morti, una sorta di rituale che simboleggia i cicli della vita.
In Abruzzo, oltre all’usanza di lasciare il tavolo da pranzo apparecchiato, si lasciano dei lumini accesi alla finestra, tanti quante sono le anime care, e i bimbi si mandano a dormire con un cartoccio di fave dolci e confetti come simbolo di legame tra le generazioni passate e quelle presenti.
A Roma la tradizione voleva che, il giorno dei morti, si consumasse il pasto accanto alla tomba di un parente per tenergli compagnia. Altra tradizione romana era una suggestiva cerimonia di suffragio per le anime che avevano trovato la morte nel Tevere. Al calar della sera si andava sulle sponde del fiume al lume delle torce e si celebrava il rito.
I dolci dei morti simboleggiano i doni che i defunti portano dal cielo e contemporaneamente l’offerta di ristoro dei vivi per il loro viaggio. Un modo per esorcizzare la paura dell’ignoto e della morte.
Tanti i prodotti fatti in casa tipici della tradizione, che si preparano per l'occasione, come i Seni della Vergine, dolci siciliani a forma di mammelle, ripieni di zuccata al gelsomino. Dalla Sicilia arriva anche la Mani: un pane ad anello con un unico braccio che unisce le due mani. Calabresi invece le dita di Apostolo, dolci di pasta di mandorle farciti con marmellata di cedro che assumono la forma delle dita di una mano. I Cavalli sono grandi pani a forma di cavallo che si cucinano in Val Passiria in Alto Adige.
In Sicilia il 2 novembre è una festa particolarmente gioiosa per i bambini. Infatti vien fatto loro credere che, se sono stati buoni e hanno pregato per le anime care, i morti torneranno a portar loro dei doni. Quando i fanciulli sono a dormire, i genitori preparano i tradizionali "pupi di zuccaro" (bambole di zucchero), con castagne, cioccolatini e monetine e li nascondono. Al mattino i bimbi iniziano la ricerca, convinti che durante la notte i morti siano usciti dalle tombe per portare i regali. La leggenda racconta infatti che nella notte tra il primo e il due novembre i morti lasciano la loro dimora per scendere in città a rubare ai più ricchi pasticceri, ai mercanti, ai sarti, dolci, giocattoli, vestiti e tutto quanto hanno intenzione di donare ai loro parenti fanciulli che sono stati buoni nell'anno e li hanno pregati. Una tradizione che si è coltivata nel tempo per indurre la familia rità con la morte e con il mondo degli antenati
In Sardegna la mattina del 2 novembre i ragazzi si recano per le piazze e di porta in porta per chiedere delle offerte e ricevono in dono pane fatto in casa, fichi secchi, fave, melagrane, mandorle, uva passa e dolci. La sera della vigilia anche qui si accendono i lumini e si lasciano la tavola apparecchiata e le credenze aperte.

mercoledì 29 settembre 2010

primo post



Grazie all'aiuto di questi due simpatici personaggi dò ufficialmente il benvenuto in questo blog agli amici nuovi e a quelli che già conoscono il Borgo,a quelli vicini e quelli lontani e come dicevano nel mediovo:
"Non esistono conoscenti ed estranei ma amici che si conoscono e amici che ancora si devono incontrare"
spero di conoscervi tutti allora e vi aspetto qui,nella piazza del paese !  A presto!